Bisogna abbandonare la boria europea  0

boh, venerdì 13 giugno 2008

Tibetan womanE' incredibile la modernità di Tucci. Ben prima che si parlasse di empatia verso gli altri popoli, negli anni in cui c'erano ancora degli antropologi che teorizzavano che fosse giusto depredare le culture "subalterne", lui si avvicinava a esse con rispetto.

Mentre noi litighiamo per decidere cose di pochissima importanza, e lo facciamo a livello nazionale, senza vedere che l'Asia sarà la grande potenza del secolo, nel 1934 Tucci scriveva nella Cronaca della Missione scientifica Tucci nel Tibet Occidentale (1933), il resoconto del suo viaggio del 1933 compiuto insieme a Eugenio Ghersi nell'ex regno di Guge e nello Spiti:

Non basta la conoscenza della lingua e dei dialetti: bisogna saper conquistare la fiducia di questa gente, dare ad essa l’impressione che c’è affinità spirituale fra il visitatore e loro, abbandonare alle frontiere della loro terra quella boria europea di cui è tanto difficile spogliarsi. Io mi presentavo in veste di discepolo, anche se la conversazione su temi astrusi di teologia e metafisica – quando trovassi monaci capaci di intendermi – mostrasse che non ero un novizio; mi genuflettevo di fronte alle statue, recitavo le formule di preghiera nel silenzio austero dei sacrari, facevo devotamente accendere sugli altari una lampada votiva, ad incremento del mio merito, e portavo con sommo rispetto alla fronte ogni libro o statua che mi fosse offerta.

Incontro a Fabriano: La politica della Cina e i diritti umani dei tibetani 2

boh, giovedì 05 giugno 2008

Dalai LamaDomani mattina a Fabriano, nelle Marche (dove nacque Tucci), Enrica Garzilli e l’artista Roberto Moschini parleranno su La politica della Cina e i diritti umani dei tibetani.

L'incontro comincerà con la proiezione di alcuni spezzoni del film Kundun, poi io parlerò della Cina nello scacchiere geopolitoco mondiale e della vecchia questione sino-tibetana, Moschini racconterà lla sua esperienza con il governo cinese, un'ora e mezza sarà dedicata alla discussione e alle domande.

Quando: Sabato 7 Giugno
Ore: 9:00
Dove: Fabriano, Sala delle Assemblee - Sede generale della Cassa di Risparmio di Fabriano e di Cupramontana, via Don Riganelli 36

Il nazionalismo di Tucci 1

boh, martedì 22 aprile 2008

Italian flag in RomeE' da tanto che non scrivo qui perché sto finendo di rivedere un libro che avrei dovuto consegnare un po' di mesi fa. Un lavoraccio! E' la versione su carta, che appare del tutto diversa da quella sullo schermo del mio computer: ho trovato diversi errori.

Ma oggi ho letto un articolo di Gianni Riotta su The Wall Street Journal dove l'autore spara a zero sull'Italia meridionale.

Mi sono chiesta se Tucci avrebbe fatto altrettanto: no, lui non lo avrebbe mai fatto. Sia nelle lettere al Duce sia in quelle ad Andreotti è chiaro che lui teneva moltissimo all'immagine dell'Italia all'estero. Fu fortemente nazionalista. Anche per questo negli anni Trenta voleva entrare a Lhasa, perché c'erano già entrati i tedeschi, i francesi e ovviamente gli inglesi: ma non gli italiani.

Giuseppe Tucci e Giulio Andreotti, un rapporto lungo quasi quarant'anni 3

boh, sabato 05 aprile 2008

Ero da poco Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio (1947-1948), quando conobbi il Professor Tucci e rimasi affascinato dall’entusiasmo con il quale presentava la spedizione scientifica nel Tibet come segno di continuità italiana nelle cose serie. Poco dopo uscì la magnifica pubblicazione sulla pittura tibetana, che fu un altro segno di ripresa qualitativa nel campo artistico e culturale (oltre che grafico).

Questo è uno stralcio del Ricordo di Giuseppe Tucci che Giulio Andreotti lesse in Senato il 28 giugno 1993. Tucci e Andreotti furono amici e corrisposero fino alla morte del maestro. Certo, amici per quanto lo potesse essere uno scienziato famoso, che nel 1947 aveva 53 anni ed era a perenne caccia di soldi per le sue esplorazioni, e un politico giovanissimo, che al tempo aveva solo 28 anni ed era già vicepresidente del Consiglio, era già molto influente e di soldi era in grado di erogarne parecchi.

Andreotti capì subito il valore dello scienzatto e gli finanziò la spedizione nel Tibet del 1948, quando Tucci ragiunse Lhasa e incrontrò il Dalai Lama.

Sempre il Tibet, grande amore 0

boh, lunedì 17 marzo 2008

Tucci in molte opere dichiarò il suo amore per il Tibet, anche in Tra giungle e pagode, dove narra la spedizione del 1952 nella regione semi-inesplorata del Mustang, nel Nepal occidentale, di cultura tibetana:

Qui l’immensità degli spazi annulla: si capisce come i Tibetani abbiano accettato con tanta adesione la metafisica del Grande Veicolo che l’uomo e le cose riduce al sogno di un’ombra: che è l’uomo su questi pianori che fuggono oltre l’orizzonte, in queste solitudini cosmiche, fra queste vastità, dove anche le montagne sembrano piccoli poggi?

Un cultura che è stata sistematicamente repressa, offesa e umiliata dalla Repubblica popolare cinese, sin dall'annessione del Tibet nel 1949 e poi con l'occupazione del 1959 e la rivolta di Lhasa.

Oggi, per Tucci e per tutti noi, è un grande giorno di lutto. A mezzanotte scade l'ultimatum ai tibetani in rivolta.Temo una nuova Tiananmen.

Giuseppe Tucci e il suo amore per il Tibet 1

boh, sabato 15 marzo 2008

Tibetan protestI fatti di questi giorni, cominciati il 10 marzo con la Marcia del ritorno in Tibet, che è stata fermata dalla polizia indiana, e la rivolta dei tibetani nell'ex Tibet libero, ora Tibet Autonomous Region (TAR) della Cina, avrebbe smosso Tucci dalla sua ferma, ostinata decisione di non occuparsi di politica?

Lui amava profondamente il Paese delle nevi, dove tra il 1928 e il 1948 compì ben otto spedizioni, e a 72 anni si ritirò a vivere a San Polo dei Cavalieri, un paesino situato a 651 metri di altezza che fa parte del parco dei Monti Lucretili, vicino al monte roccioso della Morra, a circa 40 chilometri da Roma, proprio perché gli ricordava la terra che fra tutte più aveva amato, il Tibet. Scrisse ne La via dello Swat:

Anzi, per dire la verità, ad indicarmi la via dello Swat fu proprio il Tibet, che è stato il più grande amore della mia vita, e lo è tuttora, tanto più caldo, quanto più sembra difficile soddisfarlo con un nuovo incontro. In otto viaggi, ne ho percorso gran parte in lungo ed in largo, ho vissuto nei villaggi e nei monasteri, mi sono genuflesso dinanzi a maestri e immagini sacre, ho valicato insieme con i carovanieri monti e traversato deserti, vasti come il mare, ho discusso problemi di religione e filosofia con monaci sapienti e sempre ho trovato, lungo le piste stanche e pietrose, le tracce del Guru Rimpocé, il pugnace maestro Padmasambhava.