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La spedizione Tucci del 1939 in Tibet centrale: il monastero di Sakya

mercoledì 20 agosto 2008

TibetTucci partì per una spedizione nel Tibet centrale nel giugno-ottobre del 1939. Questo è un brano tratto da Santi e birganti nel Tibet ignoto (1937), che in appendice ne parla brevemente, e parla dell'importante monastero di Sakya:

Si arriva così a Sakya, che adesso principalmente consiste di grandi monasteri e di un piccolo villaggio. Sakya vuol dire «terra pallida» e deve il suo nome al color delle rocce della montagna sovrastanti il luogo. C’è un piccolo mercato: la popolazione è specialmente rappresentata dai monaci congregati in una setta particolare chiamata Sa-kya-pa dal nome del luogo. Sakya è un principato con a capo un gran Lama che è suprema autorità religiosa e politica.

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Tucci e Maraini, gli eterni nemici: ma poi, perché?

lunedì 18 agosto 2008

Tibetan childHo parlato diverse volte dell'ostilità che si creò fra Giuseppe Tucci e Fosco Maraini, il bel giovane che lo accompagnò, in qualità di fotografo, nelle missioni in Tibet centrale del 1937 e del 1948, anche se in quest'ultima solo per un breve tratto.

Infatti, abbiamo visto che pare che solo a Tucci le autorità avessero concesso il permesso di arrivare fino a Lhasa. O così lui racconta.

C'è un giornalista che pochi giorni fa ha parlato di Tucci e di Maraini. E' Lorenzo Cairoli, che riporta un brano di Maraini sul burro e l'ampio uso che se ne faceva, ordinario e rituale, quando ancora il Tibet era un paese autonomo, con la sua identità culturale inviolata.

L'articolo di Maraini è stato pubblicato in un numero de Le vie del mondo, del febbraio 1951, e questo è parte del brano che ha trascritto Lorenzo nel suo bel blog:

Il burro ha un posto importantissimo nella vita tibetana; col burro si pagano in gran parte le tasse, il burro si porta in dono e si riceve in dono, il burro si discioglie nel tè emulsionandolo con la soda, di burro le donne si spalmano la faccia e i capelli, col burro ci si ripara dal freddo e dal vento ungendosi il corpo, il burro si offre agli dei [...]

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Gli amanti di Giuseppe Tucci

sabato 09 agosto 2008

Ho parlato degli amori di Tucci, e ora parlo degli amanti, nel senso dei tanti che mi scrivono, qui o in privato, per chiedermi di lui e dei suoi rapporti, per commentare, per dire che hanno fatto dei tratti dei viaggi che fece, che hanno letto uno dei tanti libri che scrisse.

E' incredibile come la figura di questo studioso eccezionale si stia rivalutando sempre più e come a tutt'oggi non ci siano, né in Italia né all'estero, studiosi del suo calibro, che hanno riunito in sé lo storico, il filologo, l'archeologo, l'antropologo, il linguista e il poliglotta, lo scrittore, il traduttore, l'epigrafista, il collezionista di libri e di opere d'arte, e tanto di più.

Vi ringrazio, quindi, per l'affetto e l'interesse che mi dimostrate. Continuate a commentare!

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Tucci chiede di entrare in Tibet

martedì 29 luglio 2008

LhasaIl 13 aprile 1948 Tucci informò le autorità tibetane del suo arrivo e chiese il permesso di entrare nel paese con i compagni, queste risposero domandando la nazionalità. Infatti, solo i tibetani, i bhutanesi, i sikkimesi – cioè gli indiani – e i nepalesi potevano entrare e circolare liberamente nel Tibet senza passaporto. Il 24 aprile il Tibetan Foreign Bureau da Lhasa rispose:

Voi potete visitare il Tibet per un periodo di tre mesi perché voi siete un buddhista. Vi preghiamo di telegrafare il numero dei cavalli e delle bestie che richiedete per voi. Manderemo il lamyig [il lasciapassare] a Yatung, appena ricevuto il vostro telegramma. Riguardo ai vostri tre compagni, ci dispiace di confermarvi che siccome ci sono molte domande da parte di stranieri di visitare il Tibet che sono state respinte, è difficile per il nostro Governo di concedere loro il permesso. Pertanto informateli di ciò. (A Lhasa e oltre, 1950)

Il telegramma lasciò a Tucci «poche speranze», tuttavia tentò ancora con ogni mezzo di convincere il governo di Lhasa della necessità che lo seguisse almeno il dottore, Moise, senza il quale era rischioso avventurarsi per un viaggio che, al tempo, era difficile e rischioso, e uno dei suoi discepoli «che dalla visita dei luoghi santi avrebbe potuto trarre gran beneficio spirituale». Il «discepolo» sarà stato Mele, al quale era affidata la responsabilità del servizio e delle apparecchiature fotografiche.

Rimaneva escluso Fosco Maraini.

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La spedizione di Tucci nel Nepal occidentale del 1954

sabato 26 luglio 2008

Jumla districtLa strada da Jumla (qui accanto il distretto sulla cartina geografica del Nepal) a Dullu, nel Nepal occidentale al tempo praticamente inesplorato (e ancora oggi pochissimo conosciuto, se si eccettuano i trekking nel Mustang), era costellata da filari di stele di pietra che segnavano il cammino delle migrazioni degli indiani che sfuggivano ai musulmani che erano entrati in Rajasthan: sul davanti, in un riquadro, mostravano la figura di un uomo in armi che reggeva il cavallo per le briglie.

Vi erano anche stele di legno e di pietra con immagini mostruose piantate nei campi e presso le case, che Tucci pensava fossero una sopravvivenza di culture megalitiche. I templi erano semplici ma costruiti accuratamente con pietre ottimamente squadrate, in stile indiano, ma senza opere d’arte: cosa che lo portò a ipotizzare che una guerra violenta avesse distrutto le immagini religiose.

Ovunque, disseminati lungo il percorso da Jumla, Tucci trovò dei templi rudimentali, senza neanche più il ricordo della tradizione artistica della civilissima dinastia dei Malla. All’interno vi erano rozze figure di legno che rappresentavano le immagini dei donatori, spesso intere famiglie, intorno a una pietra informe.

Il pandit che accompagnava Tucci li chiamava bhut, spiriti insidiosi e vendicativi che la gente doveva placare – niente a che vedere, per lui, con l’induismo: lo spirito di una donna che non era voluta diventare sati, si era cioè rifiutata di farsi bruciare viva sulla pira del marito, e aleggiava intorno a un albero secco, o lo spirito di un bramino suicida che abitava su di un ponte, che nessuno osava varcare dopo il calar del sole.

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Le canzoni di Tucci

domenica 13 luglio 2008

In realtà non so quali canzoni siano e se gli piacessero, ma certamente gli piacevano quelle tibetane.

Nel 1949, dopo l'ottava esplorazione in Tibet, pubblicò la raccolta e la traduzione di canti folkloristici Tibetan folksongs from the district of Gyantse, che è il risultato di un tipo di ricerca che annovera Tucci, a buon diritto, fra gli antropologi. Questa è una canzone folkoristica tibetana:

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