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Viaggio lento

mercoledì 03 settembre 2008

caravanTucci dichiarò più volte di amare solo il viaggio lento, in carovana, con gli yak o con gli asini o i cavalli o, meglio ancora, a piedi.

Con l'automobile il paesaggio scorreva veloce e si perdeva come un sogno, mentre camminando si era immersi nella natura e nei silenzi dei pianori del Tibet.

Nonostante fosse velocissimo a scrivere, Tucci quando viaggiava non amava la velocità.

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Giuseppe Tucci: un lungo otium

giovedì 28 agosto 2008

CappadociaGiuseppe Tucci andava in vacanza? Questa è una bella domanda perché, con la sua vita avventurosa, in effetti a casa ci stava pochissimo. Visto con i parametri della vita di un uomo ordinario, era quasi sempre "vacante".

India, Sikkim, Nepal, Tibet, Ladakh, Kashmir, tutti i paesi dell'Himalaya, Iran, Afghanistan, Pakistan, solo per nominare alcuni posti dove compì spedizioni a caccia di tesori, dove aprì missioni di scavi archeologici oppure, come in Giappone e in Brasile, tenne rapporti diplomatici ufficiosi.

E poi, oltre a questi paesi, Italia, Gran Bretagna e Indonesia, dove dette conferenze. Sembra quindi che la sua vita fosse tutta una specie di vacanza, l'otium nel senso originario e più ampio della parola: una vita assolutamente libera dal commercio quotidiano, dalla necessità, dal negotium, ma incredibilmente attiva e produttiva dal punto di vista intellettuale.

Eppure anche quello poteva stancare. Era infaticabile: esplorava, visitava, studiava, leggeva avidamente, scriveva furiosamente, seguiva gli affari dell'IsMEO, manteneva i rapporti con i potenti e con gli altri studiosi. Insegnava, se pure pochino.

Però aveva il tempo di visitare i mercatini del Pakistan, dell'Afghanistan o dell'Italia insieme a Francesca e di comprare oggetti di artigianato di ottima fattura.

E, come scrisse a Gentile dalla Cappadocia, in Turchia (qui sopra vediamo una bella foto della regione), ogni tanto staccava la spina dei rapporti a cui lo obbligava la gestione dell'IsMEO e andava in vacanza, perlopiù fra i monti, «a studiare e a camminare sulle montagne». Questi, in totale solitudine o talvolta con Ananda, suo figlio, erano il suo riposo e la sua vacanza.

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La felicità e la nostalgia per il Tibet

venerdì 22 agosto 2008

TibetAbbiamo visto che Tucci aveva un animo inquieto, che lo spingeva a partire a caccia della felicità. E amava, più di tutto, le montagne del suo Tibet. Scrisse nel 1937 in Santi e Briganti nel Tibet ignoto, dopo sei esplorazioni nel Paese delle nevi:

Trovo gente che mi conosce: dopo tanti viaggi che ho fatto su queste terre mi pare quasi di essere diventato anch’io un figlio dell’Himalaya: e penso alla nostalgia di questi luoghi pur così tristi e deserti che m’assale quando sto in Europa e a quell’ansia che mi muove, quasi contro mio volere, a ritornare sulle impervie piste del tetto del mondo.

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Cosa spingeva Tucci sul Paese delle nevi? La felicità!

giovedì 21 agosto 2008

PotalaPerché Tucci affrontava dei viaggi così affascinanti e proficui, ma così scomodi e rischiosi? In fondo, in patria era già un potente professore, un Accademico d’Italia, e stava conquistandosi una solida fama fra gli studiosi di mezzo mondo.

Si dirà: per amore della scoperta, per la sete di conoscenza, perché i paesi dell’Himalaya costituivano ancora una miniera di tesori quasi inesplorata.

Ma c’è un’altra, più profonda ragione: in Europa lo prendeva, pur nella sua vita agiata, rispettata, attivissima, l’ansia di partire, di andare a caccia di qualcosa di misterioso e sconosciuto, alla ricerca di quello che avrebbe potuto scovare: alla ricerca della felicità, una felicità per quello che non conosceva ancora, ma che immaginava. Una felicità densa di aspettative.

A casa lo prendeva una strana nostalgia del Tibet, quel paese così brullo, quasi ovunque desolato e pietroso, tutto sommato poco ospitale.

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La spedizione Tucci del 1939 in Tibet centrale: il monastero di Sakya

mercoledì 20 agosto 2008

TibetTucci partì per una spedizione nel Tibet centrale nel giugno-ottobre del 1939. Questo è un brano tratto da Santi e birganti nel Tibet ignoto (1937), che in appendice ne parla brevemente, e parla dell'importante monastero di Sakya:

Si arriva così a Sakya, che adesso principalmente consiste di grandi monasteri e di un piccolo villaggio. Sakya vuol dire «terra pallida» e deve il suo nome al color delle rocce della montagna sovrastanti il luogo. C’è un piccolo mercato: la popolazione è specialmente rappresentata dai monaci congregati in una setta particolare chiamata Sa-kya-pa dal nome del luogo. Sakya è un principato con a capo un gran Lama che è suprema autorità religiosa e politica.

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Tucci e Maraini, gli eterni nemici: ma poi, perché?

lunedì 18 agosto 2008

Tibetan childHo parlato diverse volte dell'ostilità che si creò fra Giuseppe Tucci e Fosco Maraini, il bel giovane che lo accompagnò, in qualità di fotografo, nelle missioni in Tibet centrale del 1937 e del 1948, anche se in quest'ultima solo per un breve tratto.

Infatti, abbiamo visto che pare che solo a Tucci le autorità avessero concesso il permesso di arrivare fino a Lhasa. O così lui racconta.

C'è un giornalista che pochi giorni fa ha parlato di Tucci e di Maraini. E' Lorenzo Cairoli, che riporta un brano di Maraini sul burro e l'ampio uso che se ne faceva, ordinario e rituale, quando ancora il Tibet era un paese autonomo, con la sua identità culturale inviolata.

L'articolo di Maraini è stato pubblicato in un numero de Le vie del mondo, del febbraio 1951, e questo è parte del brano che ha trascritto Lorenzo nel suo bel blog:

Il burro ha un posto importantissimo nella vita tibetana; col burro si pagano in gran parte le tasse, il burro si porta in dono e si riceve in dono, il burro si discioglie nel tè emulsionandolo con la soda, di burro le donne si spalmano la faccia e i capelli, col burro ci si ripara dal freddo e dal vento ungendosi il corpo, il burro si offre agli dei [...]

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